“Ospiti” nei CIE

La parola ospite, nella lingua italiana, ha doppio significato, infatti si riferisce sia alla persona che ospita, ovvero che accoglie nella sua casa,  che a colui che è ospitato.

L’ospitalità è l’atto di accogliere nella propria casa, città, nazione, qualcuno che normalmente non vi vive.

Ospitalità, per i greci xenia, consisteva in una regola di convivenza civile, nonché un dovere rituale. Nella Roma antica esisteva la tessera hospitalis, documento sul quale incidere i nomi dell’ospite e dell’ospitato, proprio a sancire il legame dell’ospitalità; colui che ospitava garantiva per lo straniero ospitato e lo stesso accadeva quando l’ospitalità veniva ricambiata.

L’ospitalità consiste in un insieme di rituali, in un legame che si sancisce tra i due partner, solitamente onorato dallo scambio di doni e favori.

Perché parlare di ospitalità in merito ai CIE?

Ebbene, coloro che sono detenuti nei Centri di Identificazione ed Espulsione vengono tutt’oggi considerati “ospiti” della struttura.

Istituiti nel 1998 dalla legge sull’immigrazione Turco Napolitano i Centri di Permanenza Temporanea (CPT), oggi denominati CIE sono strutture detentive dove vengono reclusi i cittadini stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno.
In base all’art. 14 del T.U. 286/1998, come successivamente modificato dalla legge Bossi Fini (L 189/2002), dal Pacchetto Sicurezza (L 94/2009) e dal decreto di recepimento della Direttiva Rimpatri (L 129/2011), il trattenimento nei CIE viene disposto dal Questore per un tempo di 30 giorni, prorogabile per un massimo totale di 18 mesi.

I CIE hanno la funzione di consentire accertamenti sull’identità di persone trattenute in vista di una possibile espulsione,   dunque dovrebbero trattenere persone in attesa di un’espulsione certa.
Nonostante i cittadini stranieri si trovino all’interno dei CIE con lo status di trattenuti o “ospiti”, la loro permanenza nella struttura corrisponde di fatto ad una detenzione, in quanto sono privati della libertà personale e sono sottoposti ad un regime di coercizione che, tra le altre cose, impedisce loro di ricevere visite e di far valere il fondamentale diritto alla difesa legale.

La novità propria dei CIE è che prima non era mai esistita la detenzione di individui se non a seguito della violazione di norme penali. Come detto sopra i soggetti “prigionieri” nei CIE non sono considerati detenuti ma di norma vengono definiti ospiti della struttura.
I CIE inaugurano in Italia lo stato della detenzione amministrativa, sottoponendo a regime di privazione della libertà personale individui che hanno violato una disposizione amministrativa, come quella del necessario possesso di permesso di soggiorno.
Il funzionamento dei CIE è di competenza del Prefetto, che affida i servizi di gestione della struttura a soggetti privati, responsabili del rapporto con i detenuti e del funzionamento materiale del centro. Le forze dell’ordine presidiano lo spazio esterno delle strutture e possono entrare nelle zone dove vivono i detenuti solo su richiesta degli enti gestori in casi eccezionali e di emergenza,  anche se di fatto questo si verifica quotidianamente.

I CIE sono uno strumento diffuso in tutta Europa in seguito all’adozione di una politica migratoria comune sancita negli accordi di Schengen del 1995. In questo contesto, si fanno sempre più forti le restrizioni al diritto di asilo,  tradizionalmente riconosciuto da ogni carta costituzionale. Nati seguendo un piano di emergenza,  i centri differiscono l’uno dall’altro sia nella struttura che nella gestione. I centri non costruiti ex novo si trovano in edifici che precedentemente erano  caserme, è il Caso dei CIE di Bologna e Gradisca d’Isonzo, fabbriche dismesse, come il capannone industriale del CIE di Agrigento, ex centri d’accoglienza e ospizi.

La maggior parte dei centri sono gestiti dalla Croce Rossa Italiana, altri dalla Confraternita delle Misericordie d’Italia, altri ancora da cooperative o associazioni appositamente create.

Ma i CIE in Italia non sono gli unici luoghi di confinamento dei migranti. CARA, CPA, CPSA, disegnano una mappa più articolata di luoghi di approdo ed attesa.

Nei primi di aprile 2013 è arrivata una nuova denuncia  da parte dell’Unione delle Camere Penali Italiane, dopo una visita al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, a Roma. La visita doveva verificare proprio le condizioni della struttura dove attualmente sono trattenuti 66 uomini e 44 donne. La capienza del CIE risulta fortemente ridimensionata a seguito dei recenti disordini che hanno reso necessaria la chiusura di alcune aree. Nonostante i miglioramenti che, a quanto si afferma, dovrebbero essere stati fatti negli ultimi tempi,  la denuncia da parte degli avvocati penalisti colpisce le politiche dei CIE.  Riportiamo alcuni dei commenti degli avvocati penalisti in seguito alla visita al CIE di Ponte Galeria.

“Basta varcare la soglia di questi centri e guardarsi intorno per rendersi conto che si tratta di strutture detentive a pieno titolo, con tanto di sbarre, dove uomini e donne si trovano a scontare una pena senza reato e senza le garanzie che il circuito carcerario pure fornisce ai detenuti,  senza nessuna possibilità di svolgere una qualche occupazione, ma soprattutto senza sapere quando usciranno”.

“Secondo la legge la permanenza in questi centri potrebbe durare fino a 18 mesi e anche se a Ponte Galeria non supera i 9 mesi, si tratta comunque di un tempo del tutto illogico visto che l’obiettivo è identificare persone in molti casi già identificate, poiché transitate dal carcere, e che qui subiscono una nuova detenzione nell’attesa di una risposta dai paesi di provenienza che a volte nemmeno arriva. La verità  è che, a prescindere dalla condizione delle strutture, bisogna superare quanto prima questo sistema paradossale, che calpesta i diritti civili e trasforma un provvedimento amministrativo in dura galera”.

Dunque, ospitiamo in altro modo!

 

 

 

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